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Nel 2026 trovare il nome di un investitore è relativamente facile. Convincerlo a dedicare tempo a un progetto — e poi capitale — è diventato molto più difficile. È questo il cambiamento che ha trasformato la ricerca di investitori per le startup pre-seed e seed: il vero vantaggio competitivo non è più l’accesso a una presunta rubrica segreta, ma la capacità di arrivare preparati alla selezione.

Dall’accesso alla preparazione

Fino a dieci o quindici anni fa l’ecosistema dell’innovazione era più piccolo e meno trasparente. Fondi, business angel e acceleratori erano più difficili da individuare; spesso non dichiaravano con chiarezza settori, fase di investimento, ticket o modalità di candidatura. In quel contesto il valore di un intermediario era legato soprattutto alla propria rete di relazioni: sapere chi contattare e riuscire a ottenere un’introduzione poteva fare una differenza sostanziale.

Oggi molti investitori pubblicano la propria tesi, aprono finestre di candidatura, organizzano demo day e pitching competition. Acceleratori, incubatori e grandi imprese promuovono programmi di open innovation e corporate venture capital. Siti istituzionali, LinkedIn e piattaforme specializzate consentono a una startup di costruire autonomamente una prima mappa degli interlocutori compatibili.

L’accesso è quindi più diretto, ma la competizione è molto più intensa. Una call può ricevere centinaia o migliaia di candidature e il primo esame avviene in pochi minuti. Il problema non è più soltanto arrivare all’investitore: è dargli una ragione credibile per approfondire il progetto.

Perché il fundraising non può essere delegato interamente

Una startup può e dovrebbe farsi assistere, ma i founder devono guidare il fundraising in prima persona. Nelle fasi iniziali il prodotto può essere incompleto, i ricavi limitati e numerose ipotesi ancora da validare. Per questo l’investitore valuta in modo decisivo il team: competenze, complementarità, lucidità nelle decisioni, capacità di ascoltare le obiezioni e tenuta nei momenti difficili.

Questi elementi non possono essere raccontati al posto dei founder. Devono emergere dal modo in cui presentano il progetto, rispondono alle domande, riconoscono i rischi e spiegano l’impiego del capitale. Inoltre, il rapporto con l’investitore proseguirà dopo il round: condivisione di informazioni, governance, decisioni strategiche e preparazione delle fasi successive.

Il fundraising è anche un processo di apprendimento. Ogni candidatura, domanda difficile o rifiuto motivato aiuta a capire come il mercato interpreta il progetto. Delegare integralmente la ricerca significa rinunciare a una parte preziosa di questo feedback.

Il pitch viene prima del business plan

Nella maggior parte dei processi pre-seed e seed, il primo documento esaminato non è un business plan di ottanta pagine. Prima bisogna conquistare il diritto di essere approfonditi. Servono un pitch deck efficace e founder capaci di presentarlo.

Il pitch deve permettere di comprendere rapidamente il problema, la soluzione, il mercato raggiungibile, il modello di business, i concorrenti, il vantaggio competitivo, lo stato di avanzamento, il team, il capitale richiesto e le milestone che quel capitale consentirà di raggiungere.

Sintesi non significa assenza di numeri. Prima di iniziare la ricerca devono già esistere financials coerenti: fabbisogno, runway, principali ipotesi di ricavo e costo, impiego dei fondi e una valutazione aziendale ragionevole. Questi elementi sostengono il pitch; il business plan completo li approfondirà quando emergerà un interesse concreto.

Il pitch apre la porta. Il business plan permette di entrare nella stanza.

La sequenza più razionale è quindi: pitch deck per superare lo screening; presentazione orale e confronto; business plan e modello finanziario quando l’investitore vuole approfondire; data room e due diligence quando l’operazione entra nella fase di verifica.

Come cercare gli investitori oggi

La ricerca non dovrebbe iniziare raccogliendo migliaia di indirizzi e-mail. Il primo passo è definire il profilo dell’investitore compatibile con il progetto: fase, settore, area geografica, ticket, quota normalmente acquisita, tipo di supporto offerto e possibili conflitti con società già presenti nel portafoglio.

A quel punto si possono selezionare call di business angel e venture capitalist, acceleratori e incubatori, demo day, eventi verticali, programmi di open innovation, corporate venture capital e contatti diretti mirati. Ogni candidatura deve essere adattata ai requisiti e alla tesi dell’interlocutore: inviare lo stesso materiale a chiunque produce soprattutto rifiuti poco istruttivi.

È utile gestire il fundraising come una pipeline commerciale, registrando compatibilità, canale di accesso, stato del contatto, materiali inviati, feedback e prossima azione. Conviene inoltre procedere per ondate: i primi colloqui servono anche a mettere alla prova il pitch, prima di rivolgersi agli interlocutori più interessanti.

Il nuovo ruolo del consulente

Il consulente non perde importanza: cambia funzione. Il suo primo compito è verificare l’investor readiness della startup. Avere bisogno di capitale non significa essere pronti a riceverlo. Possono mancare la validazione del problema, una strategia commerciale credibile, la tutela della proprietà intellettuale, competenze essenziali nel team o una definizione coerente del fabbisogno.

Il professionista deve aiutare a strutturare il round: quanto capitale serve, quali attività finanzierà, quali milestone saranno raggiunte e per quanto tempo le risorse sosterranno la società. Deve lavorare sul pitch deck, sulla narrazione, sui financials, sulla valutazione e sulla preparazione dei founder alle domande degli investitori.

Può poi mappare gli interlocutori compatibili, monitorare le call, organizzare la pipeline, simulare diluizione e futura composizione societaria, confrontare equity e strumenti convertibili, predisporre il business plan e la data room e affiancare la società nella due diligence e nella valutazione delle proposte.

Networking: utile, ma non miracoloso

Una presentazione qualificata può accelerare la lettura del pitch e facilitare un incontro. Non trasforma però un progetto debole in un investimento interessante. Non corregge un mercato troppo piccolo, non completa un team, non crea traction e non rende credibili numeri costruiti male.

Il networking può ottenere un incontro. Non può ottenere un investimento.

Per questo occorre distinguere le relazioni professionali autentiche dalla semplice compravendita di contatti. Database pubblici presentati come network esclusivi, inoltri generici venduti come rapporti privilegiati ed eventi costosi privi di una reale selezione possono far pagare alla startup non un lavoro, ma l’illusione dell’accesso.

Prima di affidare un incarico, i founder dovrebbero chiedere quali attività verranno svolte, quali documenti saranno prodotti, come saranno selezionati gli investitori, chi gestirà i contatti e come verrà rendicontato il lavoro. Nessun consulente serio può garantire la chiusura di un round; può garantire metodo, competenza, preparazione e attività verificabili.

Un processo di fundraising più razionale

  1. Verificare che il progetto sia realmente pronto per gli investitori.
  2. Costruire financials essenziali e un pitch deck capace di superare lo screening.
  3. Preparare i founder alla presentazione e alle domande più difficili.
  4. Mappare investitori e call in modo selettivo.
  5. Procedere per ondate, registrando contatti e feedback in una pipeline.
  6. Predisporre business plan, modello finanziario e valutazione quando nasce un interesse concreto.
  7. Organizzare data room e due diligence e negoziare anche governance, diritti e compatibilità strategica.

Conclusione

Nel 2026 una startup non dovrebbe pagare qualcuno semplicemente perché “trovi un investitore”. Dovrebbe farsi aiutare a diventare un progetto nel quale un investitore possa davvero decidere di investire.

Prima di inviare un pitch a centinaia di destinatari, la domanda decisiva è quindi un’altra: siamo davvero pronti a sostenere la selezione? Trovare un indirizzo è facile. Costruire una startup che meriti un secondo incontro è il lavoro vero.

Financial Researches affianca startup e imprese nella predisposizione di business plan, valutazioni aziendali, pitch e percorsi di preparazione alla ricerca di capitali. Guarda il video completo: link da inserire nell’articolo.

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